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lunedì 10 gennaio 2011

"Meglio la terra dei soldi" Dai contadini stop al cemento


Il cambio di destinazione valorizzerebbe i terreni, ma a loro non interessa. "Questa è la nostra vita da sempre, far morire i campi non è vera ricchezza"

da repubblica.it

lunedì 8 novembre 2010

Un new deal per l'ambiente

Mentre si sta ancora spalando via il fango del Veneto dal settore più produttivo d’Italia, il retaggio monumentale della nostra storia si sbriciola sotto le stesse perturbazioni meteorologiche a Pompei. Ma il problema non è la pioggia, e la soluzione più culturale che tecnologica.

Il fulcro concreto del New Deal lanciato dal presidente Roosevelt appena dopo il crollo in Borsa del 1929, fu, non a caso, la messa in sicurezza di un territorio soggetto a frane e alluvioni, pur non avendo una tradizione di manutenzione idraulica e geologica per via di una storia ancora troppo breve.

Non si puntò tanto sull’industria pesante (non ancora legata alla guerra), né su una ristrutturazione agricola (la rivoluzione dei pesticidi era di là da venire), ma sul risanamento delle criticità ambientali, ovviamente con i metodi noti allora: cemento armato a pioggia, interventi duri di idraulica ingegneristica, canalizzazioni e dighe (ottenendo così anche importanti quote di energia). Che non fossero i metodi giusti lo si è capito solo nel 2005, quando Katrina ha messo in ginocchio New Orleans, comprese le opere dei francesi rimodernate durante il New Deal, ma figlie di un modello che obbediva solo alla religione del calcestruzzo. Comunque il Paese fu messo in sicurezza, almeno fino all’attuale crisi climatica che costringe a rifare i conti. E non c’erano tesori archeologici o artistici da salvaguardare.

Il Veneto sotto un buon metro di fango, tutto il Nord-Est alluvionato, Toscana e Calabria in stato d’emergenza si accoppiano, invece, nell’Italia di oggi, con il crollo di Pompei e con quelli passati delle mura aureliane a Roma o della Torre di Pavia (per non paventare quelli futuri di decine di manufatti antichi che stanno risentendo più dell’incuria che non delle piogge violente di queste stagioni). Ambiente e cultura sono i settori in cui gli investimenti governativi sono venuti clamorosamente meno in questi anni di rigore dei conti economici, dettato da una crisi non meno grave di quella del 1929. Ma alcune scelte sono (state) scellerate. Nel 2011 il bilancio del ministero dell’Ambiente è di 513 milioni di euro contro i 1500 del 2008, anno di insediamento del governo Berlusconi. E scenderà a 498 milioni nel 2013. I denari per la messa in sicurezza del territorio dovrebbero essere qui compresi. Un taglio del 60 per cento (!), mentre per i beni culturali il taglio è del 30 e per l’agricoltura «solo» del 20 per cento.

Non si tratta quindi di tagli equamente ripartiti, ma di una scelta precisa che vede l’ambiente e la sicurezza dei cittadini evidentemente trascurati. Mentre l’Italia vede oltre il 50 per cento del territorio nazionale a rischio idrogeologico, chi ci governa pensa che non ci sia bisogno di intervenire in maniera massiccia, dimenticando che 1 euro in prevenzione ne vale 5 in emergenza, perché poi bisognerà comunque intervenire a disastro avvenuto. Eppure se c’è un Paese al mondo che godrebbe vantaggi immensi di un new deal ambientale, una riconversione (questa volta ecologica) che lo porterebbe anche fuori dall’emergenza economica, oltre a mettere in sicurezza il territorio, quello è proprio l’Italia.

Un presidente Roosevelt nostrano che imponesse questa visione del territorio procurerebbe nuova occupazione e diminuirebbe le vittime da frana e alluvione. Interventi di ingegneria naturalistica consentirebbero una messa in sicurezza flessibile, che protrarrebbe i suoi effetti benefici per anni, senza inutili sclerotizzazioni in cemento armato che si rivelano prima o poi dannose. E si può fare: la Versilia oggi riesce a sopportare piogge pesanti e «bombe d’acqua» senza danni e vittime perché, dopo l’alluvione del 1996, ha risistemato il proprio territorio apuano con interventi accorti e ha delocalizzato parte delle abitazioni. Tra il 2011 e il 2013 alla tutela dell’ambiente in Italia (frane e alluvioni comprese) verranno dedicati 400 milioni di euro, cioè il 3 per cento degli stanziamenti della Finanziaria, mentre, per esempio, a strade e alta velocità (non sempre utilissime) si dedica quasi il 40 per cento (4,9 miliardi di euro). Chi può meravigliarsi che questa sia diventata la penisola delle frane?
MARIO TOZZI

da lastampa.it

mercoledì 13 ottobre 2010

Google guida negli Usa il nuovo capitalismo verde


Il più grande investimento mai realizzato per le fonti alternative. Ma Obama dà il via libera alle trivellazioni in mare: "Era naturale che dopo la marea nera la moratoria dovesse finire"

da repubblica.it

mercoledì 6 ottobre 2010

venerdì 3 settembre 2010

Freeman (Nxp): «Ridurre i consumi di benzina del 50% è possibile»


Aumentare l'efficienza energetica dei veicoli per ridurne i consumi e di conseguenza le emissioni. L'imperativo è comune a tutti i produttori, i risultati non sempre all'altezza delle aspettative. Ma se c'è una strada da percorrere affinché i mezzi circolanti su strada (a benzina o diesel, elettrici o ibridi) impattino meno sull'ambiente questa è di natura tecnologica. Una strada fatta di sistemi di spegnimento controllato del motore negli spostamenti urbani come di strumenti di comunicazione telematica per l'accesso alle informazioni su percorribilità viaria ma anche sostanziali migliore funzionali come la trasmissione a doppia frizione o il servosterzo elettronico. I benefici derivanti dall'applicazione delle nuove tecnologie sono ben descritte dai numeri: risparmi di carburante e riduzione delle emissione di Co2 pari a 10 grammi per chilometro e variabili fra il 4 e il 16%. A Drue Freeman, VP Global Automotive Sales & Marketing di Nxp Semiconductors, società olandese specializzata in soluzioni per l'automotive, il Sole24ore.com ha chiesto in esclusiva di fare il punto su come e quanto l'hi-tech possa contribuire a rendere più eco-compatibili e intelligenti le vetture di domani.

da motori24.ilsole24ore.com - CLICCA QUI

mercoledì 1 settembre 2010

La Bp estrarrà petrolio vicino alle coste siciliane


Le esplorazioni della compagnia britannica saranno a profondità superiori di quelle del disastro della Louisiana

da energia24club.it - CLICCA QUI

lunedì 30 agosto 2010

Le 10 peggiori forme di inquinamento al Mondo


Viviamo nell’era dello Squilibrio Naturale, siamo in troppi, consumiamo risorse in quantità sempre crescente e i rifiuti invadono il Pianeta. L’energia impiegata per alimentare l’attuale sistema produttivo mondiale, ha sempre un sottoprodotto di scarto. E’ il principio del “nulla si crea e nulla si distrugge ma, tutto si trasforma”. In cosa? Ecco una lista delle 10 peggiori forme di inquinamento nel Mondo e i loro effetti sull’uomo.

da greenme.it - CLICCA QUI

martedì 24 agosto 2010

Risorse energetiche in rosso: l'umanità ha già speso quello che la Terra produrrà nel 2010


La popolazione mondiale ha già speso tutte le risorse energetiche che il pianeta può generare nel 2010. Così, a partire dal 21 agosto e fino alla fine dell'anno, l'uomo vivrà a credito, consumando energia che la natura non produce

da ilsole24ore.com - CLICCA QUI

martedì 1 giugno 2010

Nel 2035 il fabbisogno energetico sarà cresciuto del 49%



















Previsioni dagli USA: petrolio a 133 dollari per barile, emissioni di CO2 oltre i 40 milioni di tonnellate annue (+43%).

da casaeclima.com - CLICCA QUI

lunedì 28 dicembre 2009

Dopo Copenhagen. Parla Emma Bonino

Copenhagen è stato a detta di tutti, no-global, ambientalisti e contestatori vari, oltre a rappresentanti dei vari Paesi coinvolti, un vero flop. Che si è concluso con un accordo di forma senza un concreto impegno di ridurre le emissioni di CO2 entro ???? Si è soltanto parlato di fondi da devolvere. La Cina in particolare ha detto no, o forse ni. Abbiamo chiesto un'opinione a Emma Bonino, Presidente del Senato per il PD.

da Agenziaradicale.com - CLICCA QUI

Flopenaghen: "Qualche considerazione sul fallimento della conferenza sul clima "











di Aldo Giannuli

L’esito deludente (per chi si era illuso) della conferenza di Copenaghen sul surriscaldamento del clima offre lo spunto per riflessioni di diversa natura.
In primo luogo, appare evidente l’impotenza della politica a governare le emergenze del nostro tempo e questo è in primo luogo il prodotto del prevalere della logica di mercato su quella politica. Ci sono decisioni che non possono essere assunte sulla base di considerazioni economiche, anzi, che comportano costi economici e da imporre con la forza al mercato. Tanto più dove la logica economica abbia eliminato ogni considerazione di ordine macro economico e si affidi alla razionalità dell’agire economico del singolo operatore (come insegna l’ideologia neo liberista di von Mises e von Hayek).

Per il singolo imprenditore l’unico scopo è quello di massimizzare il suo profitto individuale. Pertanto, sarebbe molto meglio non avere nessun gravame fiscale. E, se pagare tasse in cambio di servizi può essere accettato (salvo scaricare il più possibile i costi sugli altri ed appropriarsi dei quanti più benefici possibile) è assai meno accettabile l’idea che il denaro pubblico venga speso per fini sociali (come la sanità, la cultura, i trasporti non remunerativi ecc.) o per ragioni esclusivamente politiche (aiuti a paesi in via di sviluppo, partecipazione a missioni internazionali, promozione internazionale della cultura nazionale, ecc.).

Eppure, scelte del genere devono essere fatte e non possono dipendere dal calcolo dei benefici economici, per di più nel breve periodo. Il clima è uno di questi casi: prendere misure atte a contenere (se non fermare o invertire) la tendenza al surriscaldamento globale impone costi immediati anche non lievi allo scopo di evitare costi assai peggiori ma in un futuro imprecisabile. Si badi: tutto lascia intendere che il “punto di non ritorno” non sia lontanissimo nel tempo, forse qualche anno, forse un decennio o poco più, ma non sappiamo affatto come si manifesteranno gli effetti finali del processo e in che arco di tempo. E’ ragionevole ipotizzare che i costi saranno molto più pesanti di quelli che non dovremmo affrontare ora, ma chissà quando e come si manifesteranno: il mercato è miope e poco sensibile ai problemi di chi verrà.

La globalizzazione, intesa in primo luogo come selvaggia libertà di mercato, ha agito come un gigantesco moltiplicatore di queste tendenze e costituisce oggi il principale ostacolo a qualsiasi decisione: la politica è legata alla dimensione dello Stato nazionale (piaccia o no) ma la volatilità internazionale dei capitali supera facilmente le barriere nazionali, per cui ogni decisione deve fare i conti con il rischio di vedersi volatilizzare i capitali interni.
E, dunque, è da qui che dobbiamo partire.

da Criticamente.it

martedì 15 dicembre 2009